Perché i nostri ragazzi si trasformano in assassini?
Il recente episodio che ha visto protagonista un ragazzo di appena tredici anni di Bergamo, autore di un’aggressione con coltello nei confronti della propria insegnante di francese, peraltro filmata e trasmessa in diretta su Telegram, ci impone ad una riflessione che va ben oltre il fatto di cronaca.
Ridurre il tutto a un gesto impulsivo o a una “ragazzata degenerata” significherebbe cadere pericolosamente in errore, non cogliendo la complessità del fenomeno.
Siamo di fronte a un atto che presenta elementi di premeditazione (pistola scacciacani e coltello), costruzione simbolica e la ricerca disperata di un riconoscimento sociale.
Il ragazzo non solo aveva pianificato l’azione, ma aveva scelto di attribuirle un significato preciso: la maglia con la scritta “vendetta” e la decisione di trasmettere l’attacco in diretta Telegram indicano chiaramente l’intenzione di trasformare la violenza in messaggio.
Il movente apparente — un brutto voto e una lite con un compagno in cui l’insegnante aveva preso posizione — appare sproporzionato rispetto alla gravità dell’atto.
Tuttavia, in ottica criminologica, tali elementi fungono spesso da fattori scatenanti, innestandosi su un terreno emotivo già piuttosto compromesso.
Non è un brutto voto a generare la violenza, ma ciò che esso rappresenta: umiliazione, etichettamento sociale, percezione di svalutazione.
In soggetti fragili, incapaci di gestire le emozioni negative, la frustrazione può trasformarsi in angoscia e rancore, fino ad evolvere in rabbia e, infine, in violenza agita.
L’insegnante diventa così il bersaglio simbolico di un conflitto più ampio: è al tempo stesso figura di autorità, specchio del fallimento percepito e incarnazione di un sistema che non fa sentire visto il soggetto.
A dimostrazione di ciò, infatti, il ragazzo aveva già manifestato la volontà di uccidere anche i genitori.
Non è importante il bersaglio, ma ciò che esso rappresenta.
La tua morte, diventa la mia vita.
La scelta della diretta social non è un elemento accessorio, ma centrale. Rivela un bisogno profondo di riconoscimento: l’atto violento viene messo in scena per una comunità, ovviamente sbagliata, di riferimento nella quale il ragazzo sente di esistere, di essere visto, forse persino di essere approvato.
In questo senso, la violenza non è solo distruttiva, ma anche comunicativa.
È un tentativo distorto di colmare un vuoto identitario.
Significativo è anche il vissuto successivo all’aggressione.
Neanche il minimo rimorso per quanto accaduto, solo l'enorme frustrazione per non aver portato a termine il proprio progetto omicidiario. Una struttura cognitiva in cui l’eliminazione dell’altro viene percepita come soluzione, quasi come condizione necessaria per affermare sé stessi. Il concetto che abbiamo spiegato prima, quel “la tua morte permette a me di vivere”, diventa una logica estrema, ma coerente all’interno di un’identità fragile e non integrata.
E allora la domanda che a tutti i genitori, e non, sorge spontanea è: ma anche mio figlio domani può rivelarsi un potenziale assassino?
La risposta, assai banale, è No.
Nessuno, un bel giorno, si risveglia assassino.
Nessun uomo si sveglia e decide improvvisamente di togliere la vita alla donna che ha accanto, così come nessun adolescente si sveglia e decide improvvisamente di trasformarsi in assassino.
Lo stesso uomo, o lo stesso adolescente, però, un bel giorno si sveglia e inizia a manifestare forti segni di disagio.
La stessa forma di disagio emotivo che risulta sempre più spesso difficile da riconoscere e contenere da parte delle figure genitoriali.
Quell’atteggiamento iperprotettivo — che porta a giustificare sempre e comunque il minore e a delegittimare l’istituzione scolastica — rischia di impedire lo sviluppo di competenze fondamentali, come la gestione delle emozioni negative (quale, ad esempio, la frustrazione) e l’elaborazione del conflitto.
Giustificare sempre i nostri figli e rendere loro la quotidianità più semplice non ci rende genitori migliori, al contrario.
Agiamo convinti di rendere la vita più leggera e spensierata; in realtà stiamo crescendo dei giovani adulti convinti che sia loro tutto dovuto, che ci sia sempre qualcun altro a tappare loro le buche lungo il cammino, che di fronte alla prima difficoltà si sentono persi. Affossati.
E l'unico linguaggio plausibile diventa la violenza.
Come mi accorgo del loro disagio?
Aprendo gli occhi e allontanando il senso di vergogna o fallimento.
Isolamento, apatia, perdita di interesse e chiusura relazionale, vengono spesso sottovalutati e interpretati come fasi transitorie dell’adolescenza.
Ma quando un adolescente non fa l'adolescente, c'è qualcosa che non va.
Questo caso non è un’eccezione isolata e per rendersene conto è sufficiente andare a scavare negli ultimi fatti di cronaca.
Si tratta di un riflesso di una crisi decisamente più ampia: una difficoltà crescente nel costruire identità solide, nel tollerare la frustrazione e nel trovare forme sane di riconoscimento e comunicazione.
La violenza, in questi contesti, diventa un linguaggio sostitutivo, un mezzo estremo per affermare un’esistenza altrimenti percepita come invisibile e, per qualcuno, invivibile.
Comprendere non significa giustificare.
Significa, piuttosto, interrogarsi su quali condizioni rendano possibile che un ragazzo di tredici anni arrivi a concepire come unica soluzione un gesto simile e a metterlo in atto. Solo partendo da questo sarà possibile immaginare interventi efficaci, capaci di agire sulle radici più profonde del fenomeno, senza aspettare sempre che faccia rumore.
Perchè poi è sempre troppo tardi.
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